Design troppo perfetto per essere vero

Negli ultimi tempi mi è capitato sempre più spesso di guardare immagini apparentemente perfette e avere la sensazione che mancasse qualcosa. Erano curate, equilibrate, pulite e tecnicamente impeccabili, eppure alcune di queste immagini mi sembravano stranamente familiari, come se le avessi già viste molte volte.

Forse perché oggi arrivare a un risultato esteticamente corretto è diventato molto più semplice.

Gli strumenti digitali permettono di lavorare con una precisione che fino a qualche anno fa richiedeva molto più tempo e, con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, anche la fase di ricerca e sperimentazione visiva è diventata più veloce. Questo scenario rende ancora più interessante una domanda: se ottenere un’immagine bella e curata è sempre più semplice, cosa rende davvero riconoscibile una grafica?

È anche per questo che trovo interessante il ritorno di un’estetica meno perfetta, fatta di texture, segni manuali, fotografie meno patinate, composizioni leggermente irregolari e materiali che sembrano quasi appartenere al mondo fisico più che a quello digitale.

Canva, nel suo report dedicato ai trend visuali del 2026, ha individuato proprio “Imperfect by Design” come una delle direzioni emergenti, associandola a un maggiore interesse per texture, elementi DIY, composizioni meno rigide e segni che rendono più evidente la presenza umana nel processo creativo.

Quando la perfezione diventa meno distintiva

Per molto tempo abbiamo associato la qualità a un’idea precisa di perfezione. Una buona grafica doveva essere pulita, proporzionata, precisa e priva di elementi casuali o fuori posto.

Oggi la perfezione tecnica è diventata più facile da ottenere e questo può renderla anche meno distintiva. Se uno strumento permette di creare rapidamente un’immagine ben illuminata, una composizione equilibrata o un’illustrazione dall’aspetto professionale, la sola cura formale può lasciare meno spazio alla riconoscibilità del progetto.

È proprio qui che l’imperfezione può diventare una possibilità progettuale interessante. Una texture più evidente, un carattere che sembra scritto a mano, una fotografia meno costruita o una composizione che segue la griglia in modo più libero possono introdurre una maggiore personalità e creare un linguaggio visivo più riconoscibile.

La texture, il segno e tutto ciò che non sembra perfetto

È interessante osservare quanti elementi che per anni abbiamo cercato di rendere invisibili stiano tornando ad avere un ruolo nella comunicazione visiva. Texture più evidenti, fotografie meno patinate, lettering disegnati a mano, collage, materiali che ricordano la carta o la stampa e composizioni leggermente irregolari stanno trovando spazio accanto a un’estetica digitale sempre più precisa.

Anche l’imperfezione, però, può diventare uno stile riconoscibile e replicabile. Per questo trovo molto più interessante quando questi elementi nascono da una scelta precisa e sono realmente legati al progetto.

Una texture può dare profondità a un’immagine, un segno manuale può rendere più riconoscibile un’identità, mentre una composizione volutamente meno regolare può creare un ritmo visivo che una struttura perfettamente simmetrica non avrebbe.

In questi casi l’imperfezione diventa parte del progetto e contribuisce a costruirne il carattere.

Composizione grafica design e imperfezione

L’AI può essere uno strumento, non uno stile

L’AI può essere uno strumento molto utile all’interno di un processo creativo più ampio, soprattutto quando permette di esplorare rapidamente idee e direzioni visive diverse.

La questione, secondo me, riguarda soprattutto quello che succede dopo. Quando uno strumento permette di generare rapidamente molte alternative, diventa ancora più importante saperle valutare, capire quale direzione sia coerente con il progetto, intervenire dove serve e trasformare un’immagine o un’idea in qualcosa che abbia realmente senso all’interno di una comunicazione.

Ed è proprio in questo passaggio che il ruolo del designer rimane centrale. La progettazione comprende la capacità di selezionare, modificare, combinare e dare una direzione a quello che gli strumenti mettono a disposizione. Il risultato finale nasce quindi dall’incontro tra le possibilità offerte dalla tecnologia e la visione di chi le utilizza.

Lo stesso vale per l’imperfezione. Un elemento meno preciso, più materico o apparentemente irregolare può diventare una scelta progettuale efficace quando contribuisce a costruire una comunicazione più personale e riconoscibile.

Quando essere riconoscibili conta più che essere perfetti

Forse, quindi, quello a cui stiamo assistendo è una maggiore attenzione verso tutto ciò che rende un progetto riconoscibile e gli permette di distinguersi in un panorama visivo sempre più ricco di immagini e stimoli.

Quando produrre un’immagine corretta e raffinata diventa più accessibile, la differenza può iniziare a trovarsi nella scelta, nel carattere, nella capacità di costruire un’identità e anche nel lasciare visibile qualcosa che abbia una propria irregolarità.

Alla fine, l’imperfezione diventa interessante quando racconta una scelta, quando ha una funzione e quando contribuisce a rendere un progetto riconoscibile.

Il punto potrebbe essere proprio questo: perfezione e imperfezione possono convivere all’interno dello stesso progetto, così come strumenti tradizionali e nuove tecnologie. La parte più interessante del lavoro di progettazione rimane la capacità di scegliere quale linguaggio sia più adatto a raccontare un progetto e quali elementi possano renderlo più personale.

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Sara Cordara
Sara Cordara
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